Nizza, attentato terroristico: l’ennesima défaillance della sicurezza francese

Nizza, attentato terroristico: l’ennesima défaillance della sicurezza francese

Da Charlie Hebdo all’ultima strage in Francia sotto il profilo della sicurezza nulla è cambiato. Quanti altri attentati dovranno verificarsi prima che si avvii una riflessione seria su questa minaccia interna?

di Alfredo Mantici

Oggi, venerdì 15 luglio, in tutta la Francia sventola per l’ennesima volta il tricolore a mezz’asta. Il Paese è di nuovo sotto shock dopo la strage compiuta a Nizza durante i festeggiamenti nazionali del 14 luglio da un “lupo solitario” francese di origine tunisina che alla guida di un grosso camion bianco ha travolto, sulla promenade des Anglais, la folla di turisti e di famiglie locali accorsi sul lungomare per assistere ai fuochi d’artificio, uccidendo oltre 80 persone e ferendone altre decine. Prima di essere ucciso, l’attentatore ha percorso a bordo del camion due chilometri di una strada che avrebbe dovuto essere stata tenuta sotto attenta sorveglianza, passiva e attiva.

La dinamica dell’attentato

Diciamo subito che il tipo di attentato, che ricalca da vicino alcuni episodi di sangue verificatisi nell’ultimo anno in Israele in cui sono stati visti all’opera palestinesi isolati che alla guida delle loro autovetture hanno travolto gruppi di pedoni in attesa degli autobus o sui marciapiedi di Tel Aviv e Gerusalemme, è di quelli più difficilmente prevedibili. Infatti, mentre gli apparati di sicurezza possono tentare, spesso con successo, di infiltrare gruppi organizzati di estremisti o di terroristi e di prevenirne le azioni, è difficile, se non impossibile, bloccare in anticipo un singolo esaltato che agisce da solo e colpisce senza preavviso alcuno obiettivi scelti a caso.

In questo caso, però, a differenza di quanto finora accaduto in Israele, l’attentatore non ha colpito a casaccio ma ha scelto una data e un luogo di alto valore simbolico ed è riuscito a fare una strage grazie all’ennesimo “buco” nel sistema di sicurezza francese.

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La strategia incerta dei servizi segreti francesi

Solo pochi giorni fa il direttore della DGSI (Direction Generale de la Securitè Interieure, il Servizio di sicurezza interno francese), Patrick Calvar, aveva lanciato un pubblico allarme dicendosi “persuaso che lo Stato Islamico potrebbe decidere di usare le autobombe”. Una dichiarazione pubblica che ha senz’altro contribuito ad allarmare il popolo francese ma che, riletta alla luce della strage del 14 luglio, denota una certa carenza di analisi e di comprensione della portata della minaccia. Il prefetto Calvar ha parlato di “autobombe” e dello “Stato Islamico”.

Le autobombe prevedono materiali (detonatori, inneschi, esplosivi) e conoscenze tecniche molto sofisticate che, se sono ampiamente disponibili a livello di militanti del Califfato in Iraq – dove sotto le bandiere nere di Al Baghdadi operano ex militari della Guardia Repubblicana di Saddam Hussein – non sono certo a portata di mano degli estremisti europei (tanto è vero che ieri a Nizza è stato usato un camion per investire le vittime).

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nella foto i soldati francesi intervengono sul luogo dell’attentato a Nizza

Dal gennaio del 2015, quando cittadini francesi di religione islamica hanno colpito la redazione del giornale satirico Charlie Hebdo, alla strage del Bataclan del 13 novembre dello stesso anno a opera di una cellula franco-belga, tutte le azioni che hanno insanguinato la Francia non sono state decise nella capitale siriana del Califfato Raqqa, ma sono state pianificate sul territorio francese da cittadini francesi, certamente sedotti dal messaggio del Califfo, ma non provenienti direttamente dai ranghi dei combattenti siriani o iracheni. Continuare, come sembra voler fare il capo della DGSI evidentemente con l’assenso del ministro dell’Interno Bernard Cazeneuve, a guardare al nemico di oltrefrontiera per evitare di fare i conti con quello di casa propria può portare a disastri come quello di Nizza.

Le autorità francesi hanno reagito alle stragi del 2015 con una dichiarazione di stato d’emergenza di tre mesi, via via rinnovata fino a coprire il periodo dei Campionati europei di calcio. Proprio pochi giorni fa il presidente Francois Hollande, evidentemente soddisfatto per lo scampato pericolo di attentati durante le partite degli Europei, aveva annunciato la fine dello stato di emergenza tra due settimane. Ieri sera, dopo la strage di Nizza, ne ha decretato il prolungamento per un altro trimestre.

Da Charlie Hebdo a Nizza sembra che in Francia, sotto il profilo della sicurezza interna, nulla sia cambiato. Nessuno dei responsabili, politici od operativi, degli apparati di tutela, in un anno e mezzo, ha dato la minima dimostrazione di una disponibilità all’autocritica.

Indicare poi lo Stato Islamico come fonte diretta di minaccia per una nazione europea, se può essere utile per raggiungere e colpire l’immaginario collettivo è un errore di prospettiva perché porta a rivolgere l’attenzione verso un “nemico esterno” e induce a sottostimare il “nemico interno”. Se il capo del principale servizio di sicurezza francese crede in quello che ha detto, questo vuol dire che è scarsamente informato sulla portata dei problemi reali che il suo apparato deve affrontare.

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nella foto il camion lanciato contro la folla dall’attentatore crivellato di colpi

Il ministro dell’Interno Cazeneuve, “padre” della riforma degli apparati di sicurezza del 2014 che ha portato allo smantellamento degli efficienti e temuti servizi di sicurezza DST (Direzione Sicurezza del Territorio) e DCRG (Direzione Centrale per le Informazioni Generali) per far posto a una DGSI moderna e piena di giovani intellettuali della “nouvelle vague” laureati alla Sorbona o al Politecnico che hanno sostituito da un giorno all’altro vecchi e sperimentati agenti segreti (tutti dotati di ottime reti di informatori), muovendosi poi con molta fatica e incertezza negli ambienti dell’estremismo, non ha ritenuto di dover ammettere pubblicamente il fallimento della sua politica di sicurezza interna. Il suo fedele prefetto Calver continua a guardare al nemico “lontano” e mostra di non vedere e di non capire quello che succede in casa.

Le sterile reazioni della politica  . Le prime dichiarazioni politiche evitano di dare all’episodio la sua reale connotazione di “terrorismo interno”, ma insistono a parlare della minaccia del Califfato. Il presidente Hollande e il suo primo ministro Manuel Valls non sembrano in grado di far altro che esprimere “cordoglio” per le vittime del terrorismo e prolungare uno stato di emergenza che non è servito, durante gli Europei di calcio, neanche a frenare le violenze degli hooligan russi e inglesi.

Hollande nella tarda serata di ieri ha dichiarato che dopo la strage di Nizza le autorità militari francesi “rafforzeranno il loro impegno in Iraq e in Sira”. Quanti altri attentati dovranno verificarsi in Francia prima che il governo di Parigi avvii una riflessione seria sulla minaccia reale di un terrorismo che nasce dai lombi della società francese e non proviene da un altro pianeta? Un terrorismo, è vero che si nutre dei messaggi provenienti dal Califfato, ma che ha radici profonde in una società come quella francese che continua a non sapere, anche a causa di una politica della sicurezza molto superficiale, in che modo fronteggiare una minaccia interna, complessa e ramificata.

 

 

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